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21/05/2023
LE ESPERIENZE-LIMITE SONO DESTINATE A SCOMPARIRE? Di Patrick Hassermat
Scriveva la compianta compagna di allenamenti, campionessa e studiosa, Angelika Foerster:
“Esperienze limite, quali vengono ricercate a volte nel Budo, si trovano oggi negli sport ad alte prestazioni, specialmente negli sport di rischio e di resistenza. Le esperienze e sensazioni (il “flow” di cui parla Gabler, “Fringe experience in high-performance sport” possono essere così intrinsecamente motivanti da essere ripetutamente ricercate. Esse corrispondono a stati di trance generali, ma altamente attivi. Possono anche essere una spiegazione per il persistente fascino di questi tipi di sport (…) Queste esperienze differiscono per vari aspetti dalla qualità dell’esperienza a cui si mira con la pratica quotidiana delle arti marziali. Qui l’attenzione non è ridotta ma accresciuta. Im questo caso il combattente e l’ambiente si fondono. Egli è completamente assorbito dal movimento, cosicché c’è congruenza tra intenzione ed esecuzione. Questa nuova qualità di realtà è possibile solo quando il combattente raggiunge una specie di “perdita dell’ego”, libero dall’orientamento ansioso e volto al successo. Allora egli può liberare energie interiori che non emergono per forza di volontà.”
Gli articoli dei maestri Angelika Foerster e Fausto Sauer hanno spiegato come, spingendo il corpo fino e oltre lo sfinimento, si superano talvolta i propri limiti apparenti e lo spirito, proprio come asserito da Funakoshi nel Niju Kun, “tende al livello più alto”. Raccontano i “superstiti” che gli allenamenti prima dei Mondiali Jka di Tokyo 1973 e Los Angeles 1975 furono particolarmente intensi e sfibranti. Racconta il maestro Osterkamp dei cento kata da lui eseguiti insieme al maestro Ochi, una volta che erano soli in palestra. Racconta anche un italiano, Ennio Falsoni, che durante uno stage, lui e i suoi compagni avevano i piedi piagati e feriti, perché la sabbia marina aveva levigato i loro calli. Una delegazione chiese ai maestri Kase e Shirai di interrompere l’allenamento perché andare avanti e indietro per il tatami provocava a tutti troppo dolore. La reazione dei maestri fu di sdegno e disappunto. Lo stage proseguì ugualmente, con gli allievi fermi in kibadachi e in heisokudachi a scagliare centinaia e centinaia di pugni e di calci.
Al giorno d’oggi, in Germania e altrove, soprattutto ma non solo in Occidente, questi metodi sono bollati come “disumani” e “primitivi”. I maestri vanno in giro sorridenti e invece di stimolare al massimo i loro allievi, interrompono spesso gli allenamenti scambiando domande, risposte e battute. E perché no, c’è tempo anche per qualche selfie. Può darsi che questo nuovo approccio avvicini al karate persone che sarebbero state intimidite dall’approccio “old style”. Una cosa però è certa: senza sofferenza, senza esperienze-limite, non c’è vera crescita. Formeremo forse una nuova generazione di buoni tecnici, ma nessun Budoka.
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